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CACIOCAVALLO PODOLICO

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CACIOCAVALLO PODOLICO

Il podolico è la manifestazione più alta del caciocavallo. La pasta è di colore giallo paglierino, semidura e omogenea al tatto può avere un peso da 500 g a 8-10 Kg. Il profumo di latte e di fieno è intenso, mentre la texture è leggermente granulosa e talvolta piccante. Queste particolari caratteristiche sono date dalla sua lunghissima stagionatura, che può arrivare anche a 5 o 6 anni, e che gli conferisce un ventaglio di sapori complesso. A differenza del normale caciocavallo, gli aromi di macchia, sottobosco e pascolo tipici della regione di allevamento si fanno più persistenti, esattamente come più persistente è il gusto in bocca. Si chiama podolico perché prodotto esclusivamente con il latte delle vacche della preziosa razza bovina chiamata "podolica", dal manto grigio e larghe corna.

Caratteristiche nutrizionali

Il caciocavallo appartiene all'insieme del latte e derivati ed è una preziosa fonte di proteine ad alto valore biologicosali minerali come calcio, fosforo e vitamine, in particolare la riboflavina (vitamina B2).

La razza podolica

bovini podolici
Si alleva sugli Appennini, in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise Puglia. In quelle aree del centro Italia, il pascolo è povero per la mancanza di acqua, ma diversi allevatori con l'aiuto di Slow Food cercano di preservare questi animali. È considerata la più rustica tra le razze italiane, proviene dalla Podolia, una regione dell’Ucraina poi introdotta Italia dove, sull’Appennino Meridionale, ha trovato un habitat a lei congeniale diventando razza dominante nel nostro Paese. Purtroppo oggi si è ridotta a circa 25.000 esemplari allevati allo stato brado o semibrada e va assolutamente salvaguardata, perché è un presidio del territorio. Gli animali vivono tutto l’anno all’aria aperta secondo i ritmi della transumanza: d’estate a 1200 metri tra le montagne, mentre d’inverno scendono a 400. La produzione di latte di questi animali è scarsa ma molto ricca di proteine e grassi.

Come si produce?

caciocavallo podolico produzione
Simbolo della tradizione casearia meridionale, il caciocavallo appartiene alla famiglia dei formaggi a pasta filata propria del sud Italia, come il provolone, la mozzarella e le scamorze. Le bestie vengono munte una sola volta al giorno e la produzione deve essere completata nelle 24 ore. Per produrli si caglia il latte e si rompe la cagliata in grani della misura di un chicco di riso. La pasta matura nel siero poi è messa a sgrondare su un asse inclinata, poi si taglia a fette e con la mano dell’uomo e acqua bollente e si modella il formaggio sino a che raggiunge la forma di un fiasco panciuto con una protuberanza. Solo mani esperte riescono a dare la forma perfetta e a chiudere la testina. Poi il caciocavallo è immerso in acqua fredda e poi in salamoia, infine si passa alla stagionatura. Si produce tutto l’anno ma soprattutto da marzo a maggio.

Mangiare il Caciocavallo Podolico

Si può consumare fresco, ma, specialmente le pezzature più grandi di 4/8 chili migliorano con le lunghe stagionature sino a cinque, sei anni, qualche fortunato lo ha assaggiato in stagionature di 12. Alcune varietà si affinano nelle grotte di tufo. Con il tempo acquisisce profumi complessi, di pascolo, di macchia mediterranea per la lunga persistenza di erbe fortemente aromatiche quali il finocchio selvatico, la liquirizia e il mirto di cui si nutrono le mucche. Quando la pasta è leggermente rosacea, significa che in primavera hanno mangiato fragoline selvatiche. Per apprezzarlo al meglio, va consumato a temperatura ambiente con vini rossi prodotti da vitigni del Sud come l’Aglianico del Vulture, castagne arrostite e funghi porcini. Molti preferiscono mitigare la sua forza gustativa accompagnandolo a miele di castagno o di corbezzolo. Raramente – proprio per il suo gusto tanto fine che merita di essere assaporato al meglio – il caciocavallo podolico viene gustato in combinazione con altri piatti ma, se lo desiderate, potreste utilizzare questo delizioso formaggio per realizzare alcune ricette, come le tradizionali bombette pugliesi, o come questo sformato di cardi su fonduta di caciocavallo podolico.
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PINEA – Vino Bianco Salento I. G. T.

6.50

IL VINO PUGLIESE

LA STORIA

La Puglia è una regione del sud Italia affacciata sul versante adriatico che, con i suoi 105 mila ettari di superficie vitata, ricopre ad oggi un piccolo ruolo nel vasto panorama della viticoltura italiana: l’attenzione dei produttori verso la produzione, che in passato era rivolta alla quantità, si sta man mano spostando verso una maggiore qualità. La viticoltura in Puglia risale al periodo precedente ai Fenici, prima del 2000 a.C.. Furono tuttavia i commercianti fenici a introdurre nuovi vitigni e tecniche di produzione più sviluppate. Con i Greci, la viticoltura pugliese continuò ad espandersi, fino all’intero periodo dell’Impero Romano e oltre. Nel XIX secolo, la produzione vitivinicola pugliese non si arresta, ma cresce ulteriormente: infatti con la diffusione della fillossera, la produzione vinicola in tutta l’Europa subisce un brusco calo e i commercianti europei, e soprattutto francesi, iniziano ad acquistare consistenti quantitativi di vini pugliesi fino all’arrivo anche qui di questo parassita animale. I vigneti pugliesi sono dominati in maniera incontrastata dai vitigni a bacca rossa, che ricoprono più dell’80%. I vitigni che regnano nel territorio vitivinicolo della Puglia sono negroamaro e primitivo, seguiti da bombino bianco e nero, trebbiano toscano, uva di Troia, sangiovese, montepulciano, malvasia nera. Oltre alle 4 Denominazioni di Origine Controllata e Garantita (DOCG), la Puglia include 28 Denominazioni di Origine Controllata (DOC), il più alto numero di DOC in Italia dopo la Toscana. In tutto il territorio pugliese è possibile produrre la DOC Aleatico di Puglia. A nord, in provincia di Foggia, si trovano le DOC Tavoliere, San Severo, Cacc’è mmitte di Lucera e Orta Nova, mentre nella provincia di Barletta-Andria-Trani abbiamo le DOC Rosso di Cerignola, Barletta e Moscato di Trani. In provincia di Bari, sorgono le 3 DOCG Castel del Monte Bombino Nero, Castel del Monte Nero di Troia Riserva, Castel del Monte Rosso Riserva, con la relativa DOC di ricaduta Castel del Monte - in comune con la provincia di Barletta-Andria-Trani -, oltre alle DOC Gravina e Gioia del Colle. Nella parte sud, tra Brindisi, Taranto e Lecce, troviamo tante DOC che ricoprono zone di produzione molto piccole, quali Negramaro di Terre d’Otranto, Terra d’Otranto, Locorotondo, Martina Franca, Ostuni, Colline Joniche Tarantine, Brindisi, Lizzano, Salice Salentino, Squinzano, Leverano, Copertino, Nardò, Galatina, Alezio e Matino. In questo territorio, inoltre, emerge la quarta DOCG della regione: il Primitivo di Manduria Dolce Naturale, con la relativa DOC Primitivo di Manduria
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LIQUORE DI LIQUIRIZIA

15.00

Liquirizia: proprietà terapeutiche, usi e controindicazioni

Sia come radice sia come ingrediente base delle più note caramelle, la liquirizia ha numerosi benefici per la salute se assunta in quantità controllate.
blank La liquirizia – pianta originaria dell’area mediterranea e mediorientale – è uno fra gli alimenti più conosciuti e utilizzati al mondo. Le antiche civiltà egiziana, romana, greca, indiana e cinese ne conoscevano le peculiarità positive. Da ieri ai giorni nostri, la liquirizia è una pianta che può essere consumata in differenti modalità: masticando la radice intera, sorseggiando i decotti e gli infusi nei quali la radice viene spezzata o gustarla sotto forma di caramelle gommose. Sia come radice (le radici della liquirizia vengono raccolte nel periodo autunnale e invernale) sia come ingrediente base delle più conosciute caramelle (che piacciono tanto ai bambini quanto agli adulti) o, ancora, utilizzata nella preparazione del liquore, la liquirizia annovera una serie di benefici per la salute.

Le proprietà benefiche della liquirizia

La liquirizia viene estratta da una pianta leguminosa che prende il nome di glycyrrhiza, nome di origine greca i cui termini significano rispettivamente dolce ("glucos”) e radice (“riza”). Il suo principio attivo – la glicirrizina appunto – ha una grande azione antinfiammatoria e antivirale. La liquirizia, inoltre, rappresenta una discreta fonte di vitamina B1, B2, B3, B5 e vitamina E e offre una vasta gamma di nutrienti benefici e flavonoidi. Concentrato di fitonutrienti essenziali (dal fenolo al timolo alla quercetina, solo per fare alcuni esempi), la liquirizia è in grado di apportare una serie di minerali importanti: calcio, colina, ferro, fosforo, magnesio, potassio, silicio, selenio e zinco. I benefici di questa pianta erbacea perenne? Sono davvero numerosi. Mangiare liquirizia può garantire un’adeguata protezione al fegato. Tra le principali proprietà della liquirizia c’è quella di aiutare a migliorare i disturbi dell’apparato gastrointestinale, inclusi aerofagia, digestione lenta, stitichezzagastriti e ulcere gastro-duodenali. Masticare un po’ di liquirizia rappresenta una soluzione ideale nel trattamento di alcune problematiche di gola e bocca (dall’herpes al mal di gola); l’azione antinfiammatoria contro il mal di gola si rivela funzionale per quanto attiene al trattamento della cervicale, combattendo i dolori (senza dimenticare che gli estratti di liquirizia possiedono numerose proprietà anti-infiammatorie, potenzialmente efficaci nel trattamento di artrite reumatoide). E ancora, gli estratti di liquirizia si rivelano efficaci nell’ambito della prevenzione e del trattamento della carie dentale e della gengivite. Per merito degli effetti protettivi antibatterici, gli estratti di radice di liquirizia sono molto utilizzati nella produzione di prodotti per la cura dell’igiene orale, collutori e dentifrici su tutti. Liquirizia contro lo stress. Tale aspetto merita una spiegazione a parte: concedersi una pausa rilassante, sorseggiando un tè alla liquirizia, permette di contrastare l’insonnia. Il merito, in questo senso, va ascritto soprattutto alla regolazione degli zuccheri che sono presenti nel sangue.

Liquirizia, quali sono le controindicazioni

Pur considerando eventuali problematiche che possono sopraggiungere per via di un uso eccessivo della liquirizia (quello di moderarsi è sempre il consiglio migliore che si può dare), devono prestare particolare attenzione all’assunzione di liquirizia le donne che assumono farmaci anticoncezionali oppure nel corso della gravidanza, chi soffre di sindrome premestruale o di insufficienze epatiche oppure renali. Infine, consumare liquirizia regolarmente non risulta indicato per le persone che soffrono di ipertensione.
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FORMAGGIO MISTO ALL’ORIGANO

10.00

FORMAGGIO MISTO ALL'ORIGANO

Il formaggio dal gusto estivo al sapore d'origano.

Il formaggio misto all’origano racchiude in sé i sapori tipici della cucina italiana: al primo assaggio ricorda immediatamente l’estate salentina, il sole, e la persistenza dell’aroma in bocca invita a proseguire nell’assaggio. Il mix di latte di mucca e di pecora, conferisce alla Caciottina un gusto equilibrato e delicato, accompagnato dal contrasto inimitabile dell'origano, ideale per uno spuntino o come ottimo accostamento per l’aperitivo all’italiana. È ottimo nella presentazione di antipasti freschi ed estivi. Può essere abbinato con vini bianchi e rosati, dal sentore erbaceo e buona acidità. Conservare in frigo da +2° a + 6°C per un massimo di 4 mesi - Forma intera
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CACIOCAVALLO PODOLICO STAGIONATO IN GROTTA

22.5045.00
Il Caciocavallo Podolico a lunga stagionatura è il Re dei formaggi meridionali. Questo Caciocavallo viene affinato nelle tradizionali grotte di tufo, seguendo una tradizione che si perde nel tempo. Sapori forti e profumi intensi pe gustare un prodotto antico. CACIOCAVALLO PODOLICO STAGIONATO IN GROTTA
  • Tipologia: Formaggio stagionato semiduro a pasta filata.
  • Ingredienti: Latte intero crudo prodotto esclusivamente da vacche di razza Podolica, sale, caglio di capretto o agnello.
  • Stagionatura: 4/9 mesi - fino a 12/24 mesi.
  • Aspetto esterno: Crosta sottile, liscia, di marcato colore paglierino, ricoperto da muffa bianca dovuta alla stagionatura in grotta.
  • Aspetto Interno : Si presenta con pasta omogenea, compatta con lievissima occhiatura, di colore giallo paglierino, più carico all'esterno e meno carico all'interno.
  • Odore: Profumi complessi di pascolo e di macchia.
  • Sapore: Molto aromatico, piacevole, da piccante a molto piccante nelle forme più stagionate, presenta una persistenza gustativa inimitabile.
  • Abbinamento: Si abbina bene al vino rosso ben strutturato, meglio se si tratta di un PRIMITIVO o NEGROAMARO. Eccellente se servito con miele di Fieno greco
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AURORA VINO ROSATO SUSUMANIELLO

8.5045.00

AURORA - VINO ROSATO 100% SUSUMANIELLO

IL VINO PUGLIESE

LA STORIA

La Puglia è una regione del sud Italia affacciata sul versante adriatico che, con i suoi 105 mila ettari di superficie vitata, ricopre ad oggi un piccolo ruolo nel vasto panorama della viticoltura italiana: l’attenzione dei produttori verso la produzione, che in passato era rivolta alla quantità, si sta man mano spostando verso una maggiore qualità. La viticoltura in Puglia risale al periodo precedente ai Fenici, prima del 2000 a.C.. Furono tuttavia i commercianti fenici a introdurre nuovi vitigni e tecniche di produzione più sviluppate. Con i Greci, la viticoltura pugliese continuò ad espandersi, fino all’intero periodo dell’Impero Romano e oltre. Nel XIX secolo, la produzione vitivinicola pugliese non si arresta, ma cresce ulteriormente: infatti con la diffusione della fillossera, la produzione vinicola in tutta l’Europa subisce un brusco calo e i commercianti europei, e soprattutto francesi, iniziano ad acquistare consistenti quantitativi di vini pugliesi fino all’arrivo anche qui di questo parassita animale.

I vigneti pugliesi sono dominati in maniera incontrastata dai vitigni a bacca rossa, che ricoprono più dell’80%. I vitigni che regnano nel territorio vitivinicolo della Puglia sono negroamaro, malvasia, primitivo e susumaniello, da cui nasce il nostro vino rosato Aurora,  seguiti da bombino bianco e nero, trebbiano toscano, uva di Troia, sangiovese, montepulciano.

Oltre alle 4 Denominazioni di Origine Controllata e Garantita (DOCG), la Puglia include 28 Denominazioni di Origine Controllata (DOC), il più alto numero di DOC in Italia dopo la Toscana. In tutto il territorio pugliese è possibile produrre la DOC Aleatico di Puglia. A nord, in provincia di Foggia, si trovano le DOC Tavoliere, San Severo, Cacc’è mmitte di Lucera e Orta Nova, mentre nella provincia di Barletta-Andria-Trani abbiamo le DOC Rosso di Cerignola, Barletta e Moscato di Trani. In provincia di Bari, sorgono le 3 DOCG Castel del Monte Bombino Nero, Castel del Monte Nero di Troia Riserva, Castel del Monte Rosso Riserva, con la relativa DOC di ricaduta Castel del Monte - in comune con la provincia di Barletta-Andria-Trani -, oltre alle DOC Gravina e Gioia del Colle. Nella parte sud, tra Brindisi, Taranto e Lecce, troviamo tante DOC che ricoprono zone di produzione molto piccole, quali Negramaro di Terre d’Otranto, Terra d’Otranto, Locorotondo, Martina Franca, Ostuni, Colline Joniche Tarantine, Brindisi tra cui troviamo Aurora Vino Rosato D.O.C. , Lizzano, Salice Salentino, Squinzano, Leverano, Copertino, Nardò, Galatina, Alezio e Matino. In questo territorio, inoltre, emerge la quarta DOCG della regione: il Primitivo di Manduria Dolce Naturale, con la relativa DOC Primitivo di Manduria.
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SENO DI PONENTE – Vino Rosato Salento I. G. T.

7.50

Come si fa e come si abbina il vino rosato

Sul vino rosato se ne sentono davvero di tutti i colori. In molti sono convinti che nasca dalla miscelazione di vini bianchi e rossi (pratica peraltro vietata dalla legge), e questo non ha certo aiutato la sua reputazione. Nonostante sia spesso snobbato e sottovalutato, questa tipologia di vino può regalare invece grandi sorprese: perché è versatile, fresco, e per molte caratteristiche è la via di mezzo perfetta tra bianco e rosso. Facciamo quindi un po' di chiarezza su come si fa il vino rosato, sulle sue caratteristiche e sugli abbinamenti! rosati_slider

Che cos'è il vino rosato

Il vino rosato, nasce in Italia durante la Seconda guerra mondiale: nel 1943, in Salento, l'azienda Leone De Castris produce il primo Five roses, ottenuto da 90% Negroamaro e 10% Malvasia Nera e molto diffuso ancora oggi in Italia e negli Stati Uniti. Seppur possano essere ottenuti con lavorazioni leggermente diverse, i vini rosati sono ottenuti da uve a bacca rossa (tranne nel caso di alcuni spumanti la cui cuvèe di partenza è una miscela di uvaggi bianchi e rossi) con l'intento dichiarato di produrre un vino rosato. E il loro metodo di produzione è una via di mezzo tra quello dei vini rossi e dei vini bianchi. Perché?

Come si fa il vino rosato

Perché in molti casi comincia come quello dei vini rossi, cioè con la pigiatura e la macerazione del mosto a contatto con le bucce, che conferiscono tannini, aromi, polifenoli e il caratteristico colore rosso. Il contatto con le bucce, però, dura molto meno rispetto a quanto avviene per i vini rossi (da poche ore a 2 giorni, a seconda della tipologia di uva, del colore e dell'aromaticità desiderati), motivo per il quale il colore finale è rosato; dopodiché il processo segue i medesimi step della vinificazione in bianco: fermentazione in contenitori di acciaio e cemento e non di legno, svinatura e imbottigliamento. Per via del basso contenuto di polifenoli e della tendenza a perdere rapidamente acidità e aromaticità, i vini rosati non sono adatti per l'affinamento in bottiglia e danno il meglio di sé se consumati entro due anni dalla vendemmia. come_si_fanno_vini_rosati

Le tipologie di vino rosato

Dopo una descrizione generale, entriamo un po' di più nel dettaglio. I vini rosati si suddividono in varie categorie a seconda della tipologia e delle tempistiche della macerazione: - Vin gris (vino grigio): hanno un colore rosa tenue, sono ottenuti da uve a bassa capacità colorante. Il colore del vino viene rilasciato dall'uva stessa durante la pigiatura e la macerazione del mosto a contatto con le bucce non viene effettuata. - Blush wines: prodotti con una tecnica simile a quella dei vin gris negli Stati Uniti, vengono vinificati in bianco, ottengono il colore durante la pigiatura e sono lievemente effervescenti. - Vini di una notte: effettuano una macerazione del mosto a contatto con le bucce per un periodo di 6/12 ore. - Vini di un giorno: in questo caso la macerazione dura attorno alle 24 ore. - Saignée o salasso: durante la macerazione delle uve rosse a contatto con le bucce, viene prelevata una parte del mosto (fino al 20-30%) che viene vinificata in bianco.

Gli abbinamenti con i vini rosati

Pur avendo un aspetto più simile ai vini rossi, i vini rosati al gusto ricordano di più i vini bianchi. Generalmente, hanno un profumo piuttosto fruttato e floreale, mentre in bocca sono freschi ed equilibrati, con un tannino molto lieve e senza gli eccessi dei vini rossi strutturati. Per questo, sono una soluzione molto versatile e spesso vincente nell'abbinamento con i cibi, soprattutto quando appare difficile la scelta tra rosso e bianco. Sono quindi ottimi con antipasti di pesce, con piatti ricchi ma delicati come i risotti, con alcuni salumi, con le carni bianche, i piatti di verdure ma anche i dolci con la frutta. Caratterizzati da un grado alcolico solitamente compreso tra 12,5% e 13,5%, i vini rosati vengono apprezzati al meglio se serviti freschi, tra i 10 e i 12 C°.
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LU MARE – LIQUORE DI PESCA E MELA

15.00
Per chi non ama molto gli alcolici o per i più piccoli consigliamo questa bella ricetta:

FRULLATO DI PESCA E MELA

Frullato di pesca e mela
Tempo10 min
DifficoltàFacile
Porzioni2
CostoBasso

Presentazione

Il frullato di pesca e mela è un preparato sano, gustoso e rinfrescante perfetto per l'estate. Quando arriva la stagione calda solitamente si cerca sempre di cambiare un po' l'alimentazione depurandosi con bevande leggere e molto nutrienti. Questo frullato è una bevanda ricca di fibre, sali minerali e vitamine piacevole per il palato ma anche ottima per la salute. La pesca, infatti, è un frutto molto ricco di potassio e soprattutto di vitamina C. Contiene anche betacarotene, ideale per facilitare l'abbronzatura in estate, e vitamine del gruppo B e K. Invece, la mela detiene una buona quantità di vitamina C e betacarotene e poi un'importante sostanza conosciuta come quercetina. I due frutti, messi nel mixer con qualche goccia di succo di limone, vengono frullati insieme al ghiaccio dando vita a una bevanda cremosa. Il frullato di pesca e mela è una buona soluzione sia per gli adulti che per i più piccoli che non amano gustare la frutta a pezzi.

Preparazione

COME FARE IL FRULLATO DI PESCA E MELA

Preparare questo frullato è davvero semplice e veloce, ci occorreranno pochi minuti. Prendiamo le pesche e le mele, laviamole bene quindi, sbucciamole e tagliamole a pezzi piccoli. Trasferiamo la frutta dentro il boccale del mixer con quattro cucchiai di succo di limone e alcuni cubetti di ghiaccio. Frulliamo til tutto e quindi serviamo decorando il bicchiere con una fettina di limone.

Consigli

Si consiglia di aggiungere un pizzico di zenzero in polvere per dare un tocco di sapore esotico e particolare. In alternativa, chi ama i gusti dolci e i profumi può mettere nel frullato anche un pizzico di cannella. Ovviamente è meglio scegliere solo una tra le due spezie per non creare sapori disarmonici e spiacevoli. Se, invece, si vuole bilanciare l'acidità del succo di limone si può aggiungere un cucchiaino di zucchero oppure di miele. Inoltre, il frullato di pesca e mela si deve preparare sempre al momento così le vitamine e gli enzimi della frutta non si ossidano.

Per quale occasione

Il frullato di pesca e mela è una bevanda molto versatile: è possibile berla la mattina per accompagnare una bella colazione oppure il pomeriggio così da fare una merenda sana e genuina. Questo frullato rinfrescante è ottimo anche per energizzarsi dopo una giornata stancante o da offrire ai ospiti nelle calde giornate estive. La bevanda poi è consigliata anche per i bambini che mangeranno la frutta molto più volentieri.
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SPUMONE GALLIPOLINO – CREMA DI LIQUORE ALLA NOCCIOLA

15.00

Lo spumone per assaporare la dolcezza del Salento

Di prelibatezze salentine da assaggiare durante un viaggio in zona ce ne sono davvero tante. Si va dai piatti più semplici e freschi come l’insalata di polpo o l’acquasale, ai piatti invernali più elaborati, come la minestra di patate e le fave nette salentine.
Senza dimenticare i gustosi piatti di carne e di pesce, come i pezzetti di carne di cavallo al pomodoro o le fantasiose ricette a base di triglie e gamberi rossi. A tutto questo bisogna poi aggiungere la delicatezza e l’incredibile golosità dei dolci, dalla cupeta al pasticciotto, dalle marmellate fatte in casa al famoso spumone passando dai taralli dolci. Ed è proprio dello spumone che vogliamo parlarvi questa volta. Si tratta di un gelato particolare, oggi proposto in strati dai gusti diversi, al cui interno si nasconde del morbido pan di spagna affogato con amaro o liquore Strega. Era un dolce che solo i ricchi potevano permettersi e che abbondava soprattutto sui banchetti nuziali e nelle feste patronali del Salento. Oggi ovviamente ne sono nate tante versioni diverse e moderne, con croccante, pezzetti di cioccolato fondente, canditi e caramello, ma quella che vogliamo darvi noi è la ricetta tradizionale, da personalizzare, se volete, a vostro piacimento.
Spumone salentino, dolcezza leccese tipicamente estiva

La Ricetta dello Spumone Salentino

Ingredienti

  • Gelato artigianale alla nocciola e al cioccolato
  • pan di spagna
  • liquore, preferibilmente Marsala
  • mandorle o croccante sbriciolato
  • pezzetti di cioccolato fondente

Preparazione

Procuratevi degli stampi a cupola e riempiteli per metà con gelato al cioccolato e per metà con gelato alla nocciola. Lasciate nella parte centrale un incavo interno e in una ciotolina, a parte, bagnate il pan di spagna con il liquore mescolandolo alle mandorle (o croccante) tritate e ai pezzetti di cioccolata. Quando avrete ottenuto un composto omogeneo, aggiungetelo dello stampo, nell’incavo precedentemente realizzato e coprite il tutto con altro gelato, livellando la base in modo che risulti liscia, aiutandovi con un coltello o una spatola. Posizionate il vostro spumone nel freezer per qualche ora in modo che possa solidificarsi e tiratelo fuori almeno venti minuti prima di servirlo. Passando il contenitore sotto l’acqua calda il gelato si staccherà dallo stampo e verrà via facilmente. Servite lo spumone su un piatto da portata e decoratelo con panna montata, pezzetti di cioccolato, cacao o quello che la fantasia vi suggerisce. Resterete ammaliati da tanta dolcezza salentina!
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